Italiani funamboli
Un'inchiesta di Antonio Mazzeo rivela il ruolo della nostra industria bellica nel delirio israeliano; intanto, l'Italia conferma le regole d'ingaggio del contingente in Libano.
Noi italiani siamo sempre una forza della natura. Riusciamo a barcamenarci nelle situazioni più intricate, o come minimo contraddittorie, senz’altro potremmo definirci equilibristi nel salvare la faccia e la Costituzione. Ne abbiamo un esempio proprio ora, mentre esplode l’ennesima guerra in Medio Oriente, che sarebbe meglio chiamare “invasione”. Una posizione scomoda, la nostra, soprattutto da spiegare sul piano del teatro dell’assurdo, se non fosse che esiste un pensiero dominante “real politik” che tende a normalizzarla, ma che qualche domanda ai comuni mortali potrebbe suscitarla. E non sarebbe la prima volta.
Come racconta in una recente inchiesta il giornalista indipendente Antonio Mazzeo1, attivista contro la guerra ed esperto di scenari bellici e armamenti, tra il 2018 e il 2022 l'italiana Leonardo ha esportato armi per mezzo miliardo di dollari a Israele attraverso transazioni con gli Stati Uniti, ovvero “bypassando” la commessa diretta con Israele. Eppure quelle stesse armi made in Italy, secondo numerose fonti e testimonianze, sarebbero state rintracciate proprio nei luoghi del massacro di Gaza e utilizzate anche nell’attuale attacco al Libano. Come se non bastasse, in un’altra inchiesta dello stesso giornalista, molte sarebbero le indicazioni che, secondo sudditanza sancita dai trattati NATO, la base di Sigonella sarebbe usata dai nostri alleati per operazioni d’intelligence strategico-militari nell’attuale escalation contro il Libano.2
Allo stesso tempo tuttavia, la stampa nazionale ci ricorda che un contingente di 1200 uomini (Unifil)3 è stanziato in Libano secondo accordi internazionali ONU in missione di “Peacekeeping”, in cui “Siamo qui per mantenere la pace, non per fare la guerra a nessuno", sottolinea a La Stampa il generale Stefano Del Col, attuale comandante della missione. "Ma abbiamo il diritto e il dovere di difenderci se attaccati". Un diritto sancito dalle regole d'ingaggio dell'Onu, che autorizzano l'uso della forza per legittima difesa o proteggere i civili. **Unifil non è l'obiettivo diretto degli attacchi – ricorda il ministro Crosetto – anche se l'incremento del livello e dell'intensità degli scontri ne rende possibile il coinvolgimento accidentale".4
…Ministro Crosetto che ha confermato le regole d’ingaggio e che «i caschi blu rimangono nelle loro posizioni. E siamo pronti a qualsiasi eventualità. La sicurezza delle nostre truppe è fondamentale, ma siamo qui anche per proteggere i civili».5
Da quel poco che capisco da queste dichiarazioni e dalle ultime agenzie, la priorità per l’Italia sarebbe quella di proteggere le truppe italiane dagli attacchi israeliani, ma che in caso di “incidente” il contingente italiano avrebbe l’obbligo di “difendersi”. Contro Israele, immagino.
Che ci stavamo dentro fino al collo, era risaputo. Che siamo sempre in prima linea, a mostrarci “brava gente” sulla stampa nazionale e internazionale, anche.
Ma dobbiamo ammettere che, se andiamo a scavare oltre le apparenze, ci confermiamo anche campioni di acrobazie: in questo teatro dell'assurdo bellico, siamo "peacemakers" schierati su ogni fronte. Nella speranza che non si verifichino “incidenti”, ça va sans dire.


